Premessa

ALLA MEMORIA DI MIO PADRE, GINO MERIGHI

“Dipingere è stato per la mia intera vita, l’unica, dolce, amica droga, che mi ha concesso, se non altro, di vagare, ogni tanto, nell’oblio di sereni, fantastici spazi, in un totale distacco dal pulsare frenetico e senz’altro disumano del mondo”(Gino Merighi).
Tormento e fuga nell’oblio della pittura determinano l’essenza di mio padre, uomo e artista libero da ogni condizionamento e fedele ai propri principi di onestà intellettuale.
Nacque a Palermo l’8 aprile del 1916, in un periodo storicamente e socialmente difficile, aggravato da sofferte dinamiche familiari. In tenera età, infatti, venne abbandonato dal padre, figura ambigua, dispotica e anaffettiva con la quale si instaurò un insanabile rapporto conflittuale. All’amaro episodio seguì, sempre in tenera età, la morte prematura della madre. Eventi dolorosi che costituirono l’incipit delle sue riflessioni sul tema della vita e della morte e l’humus dal quale sarebbe nato il futuro artista. Adottato dalle zie materne – che con affetto e amore cercarono di compensare i diversi traumi a cui fu sottoposto nella sua giovane e delicata età –, trascorse le sue giornate di bambino a disegnare e dipingere: unico rifugio dalla realtà che ben presto gli appare in tutta la sua crudeltà. Un fanciullo mai dimenticato al quale, nelle riflessioni dell’età matura, si rivolgeva con queste parole: “Parlo in silenzio con quel bambino ingenuo che amava il magico racconto di antiche fiabe … Parlo, con quel giovane illuso che credeva in tanti assurdi sogni e non resta altro che cenere che si disperde al vento.”
Per tutta la vita coltivò con impegno lo studio dell’arte del disegno e della pittura che divennnero un’esigenza irrefrenabile, una necessità estrema di comunicare le sofferte vibrazioni dell’anima. Pittura, disegno, colore entrano sin nelle sue fibre e nel sangue, esprimono il sogno, la poesia, il suo vissuto malinconico.
Giovanissimo si diplomò all’Istituto d’Arte di Palermo col massimo dei voti. Sin da studente partecipò a numerose rassegne d’arte a carattere nazionale e internazionale, conseguendo notevoli riconoscimenti e dimostrando il suo talento in importanti commissioni, quale, ad esempio, l’esecuzione di una tela di notevoli dimensioni raffigurante il busto di Benito Mussolini.
Svolse la sua attività artistica e professionale in varie città ottenendo consensi positivi, fino a stabilirsi definitivamente, dopo l’ultimo conflitto mondiale, nella città natale. Il sogno di una famiglia si concretizzò in questi anni, provvedendo amorevolmente a questa attraverso la sua arte e a un ampio ventaglio di esperienze. Nel ‘52, primo in graduatoria nazionale per la Cattedra di Disegno e Storia dell’Arte, ottenne la docenza nella città di Palermo dove riscontrò la stima di colleghi e allievi, alcuni dei quali lo seguirono per tutta la vita. Oltre alla carriera di insegnante, ampliò il proprio bagaglio professionale svolgendo tutte quelle attività (caricaturista, scenografo, illustratore, collaboratore pubblicista di riviste d’arte, arredatore progettista) che potevano dar voce alla sua vena creativa.
Artista talentuoso, intellettuale vivace, attento e desideroso di conoscenza si interessò di filosofia, fisica, psicologia … non cedendo mai al condizionamento delle varie teorie o convinzioni esposte dagli autori letti, piuttosto traendo personali opinioni, spesso oggetto di brillante conversazione.
Libero da qualsiasi condizionamento, da laico convinto anelò sempre a un incontro diretto e intimo col Trascendente, discostandosi dalle regole e dogmi della Chiesa cattolica, non per ribellione, ma per le laceranti esperienze e le delusioni vissute in seno alla Chiesa stessa. In questo contesto si accese in lui l’insofferenza al potere cattolico alla quale, tuttavia, fa da contraltare il sogno di una Chiesa povera, semplice, senza infingimenti e lussi, vicina alla vita del Cristo.
Spiritualmente visse l’eterna umana dicotomia tra razionalità e aspirazione all’Eterno: un conflitto che si colorò di personalissime riflessioni e che trovò espressione pittorica in alcune opere quali, ad esempio, La Divina Dittatura (1967) in cui il Divino assume le fattezze di un dittatore indifferente alle umane sofferenze, o Il Puparo (1973), la cui figura riflette simbolicamente un Dio che manovra le creature decidendo del loro destino. La tormentata e costante ricerca del Trascendente accese in mio padre le basi per un pittura dinamica e dotata di una tematica profonda, estremamente suggestiva e sognante, espressa attraverso un uso armonico del colore. La ricerca di Dio è il tema pittorico dominante della sua espressione artistica.
Il proprio vissuto pone le basi concettuali, filosofiche ed esistenziali della sua espressione pittorica che si riveste di analogie, simbolismi, sogni, figure ideali, poetiche, mitologiche, immerse ora in una cruda realtà avvolta di verismo, ora in un ambiente metafisico pervaso di surrealismo, danzanti in una fantasmagoria di colori. Immagini descritte all’interno di un sapiente, eccellente disegno che come musica colpisce la fantasia e l’emozione del fruitore creandogli un’intensa vibrante suggestione che lo pervade di domande ancestrali.
La stessa suggestione aleggia nella numerosa e intensa produzione grafica abitata da soggetti tratti dal vissuto quotidiano: operai, contadini, pupari, nature morte, policromi soggetti marini, floreali, ecc … La sua grafica rivela mestiere, il disegno sapiente è spesso orchestrato da una originale qualità coloristica, frutto d’intenso studio e lavoro. Un itinerario artistico lungo e complesso durante il quale riceve consensi e successo di critica.
La sua incessante attività artistica trova espressione anche nell’arte della penna. Le pagine del suo testo autobiografico dal titolo “Pater Nostro”si aprono al lettore come uno scrigno di pensieri e riflessioni. Affidò alla poesia, che credo racchiuda ed esprima l’animo e il cuore dell’artista, le sue più intime confessioni:

DISSOLVENZE

Macchie di rovi,
stille di sangue
fra le more,
insieme al pianto,
il passo di un bambino.

Cielo senza stagione,
forse un’estate;
i gialli conci disintonacati,
sotto il rosso stinto
di tegole sgranate.
Una finestra dalle scure
grate, la porta,
sulla strada bianca,
spalancata al verde agro,
dei limoneti in fiore.

Quell’odor di zagara
che riempiva l’aria
e il mio respiro,
lo scampanio di greggi
laggiù, di valle in valle,
come lontana eco
di un rosario strano.
Sono memorie mie?

Quello sconnesso dondolare
del legno di un cavallo
e l’agile mano esangue
sul cerchio di un telaio,
che ricamando, adombrava
un viso?
Tu, madre mia?
E il fiore fra le dita?

SOLE DI GIUGNO

Calda carezza
di vogliosa amante
è questo sole sulla
pelle nuda.

Torbido, il mare
si abbandona
in sussurrante nenia,
nel baciar la riva.
Schegge di luce
fra le conchiglie
vuote,
e acuto quest’aroma
di umida alga
che respira l’onda.

Per me, pigro sopore
che la mente acqueta,
e brivido d’acqua,
che mi spruzza
complice giuoco
che all’amplesso
Invita.
Poter fermare il tempo!
Ad occhi chiusi il cielo
è rosa,
e di solitudine m’inebrio .
dilata il cuore mio
nell’infinito.

Mio padre fu sempre contrario a qualsiasi compromesso o servilismo di qualsiasi natura. Di questo mi reputo figlia fiera perché, nonostante le difficoltà quotidiane e la conduzione di una famiglia a cui cercò di assicurare il possibile, lui conservò preziosamente il valore dell’onestà e della lealtà. A causa di questa sua posizione naturale e onesta, a volte intollerante a quella parte del sistema sociale che esclude verità e autenticità e che piuttosto include ipocrisia e tornaconto, fu escluso e osteggiato.
Per meglio chiarire lo stato d’animo e la delusione di mio padre nell’essere stato ostacolato, e per amore di giustizia nei confronti della sua memoria, riporto le sue stesse parole tratte dal catalogo che scrisse per la sua ultima mostra personale “Viaggio fra il Mito e la Storia”, tenutasi nel 2009 nei locali del palermitano Palazzo Jung con il patrocinio della Provincia Regionale di Palermo:

«Eccomi al mio ultimo catalogo, che segna il finale incontro della mia pittura con il pubblico della mia città di origine, che ha visto i miei lontani, modesti esordi.
Ho creduto bene di precedere il presentatore di rito, perché non volevo perdere la giusta ed ultima occasione per esprimere innanzi tutto, un doveroso e sincero ringraziamento a tutti coloro, estimatori e critici, che nel corso del mio lungo peregrinare artistico, per le varie Gallerie italiane, hanno “bontà loro”, sostenuto con generosa convinzione il mio impegno di pittore.
Con la mia città, dove ho trascorso la maggior parte della mia vita, il rapporto non è stato facile. Nei lontani tempi dei miei anni ruggenti, ero considerato nel grigio provinciale settore operativo delle arti, elemento scomodo, in quanto “fuori corrente” .
Per libertà di scelte non militavo in nessun partito, rifiutavo appartenenze e compromessi con conventicole di dubbia moralità e come se non bastasse, aggiungevo anche “l’impudenza” di prendere spesso la penna al posto del pennello, per stigmatizzare sui giornali e riviste, deplorevoli ingiustizie e quant’altro si verificava chiaramente evasivo dalle giuste, oneste regole di una civile convivenza.
Vano impeto “donchisciottesco” di chi ingenuamente s’illude di poter cambiare in questo nostro eteroclito, imperfettibile mondo, un sistema di vita che dai primordi all’era attuale, si caratterizza, sotto tutti i molteplici aspetti, quanto meno, infinitamente ingiusto e incomprensibilmente crudele, con il beneplacito del Suo Presunto Creatore.
Nel grande palcoscenico dello scorrere della storia , cambiano soltanto attori e mezzi.
Legge naturale vuole che a poco a poco ci si arrenda e ci si adegui, per l’inesorabile avanzare degli anni.
Comunque sia, dipingere è stato per la mia intera vita, l’unica dolce, amica droga, che mi ha concesso, se non altro, di vagare, ogni tanto, nell’oblio di sereni, fantastici spazi, in un totale distacco dal pulsare frenetico e senz’altro disumano del mondo.
Sempre sull’argomento ”arte”, oggi, alieno da anacronistiche polemiche, spinto soltanto da capricciosa vaghezza discorsiva , avrei da dire un fiume di parole sul più furbesco, oltremodo lucroso , “business” planetario, che tesse le sue trame costruendo un presunto valore “estrinseco”, sulla cosiddetta “opera d’arte”, che può essere rappresentata anche da un semplice taglio su vergine bianca tela.
Ordito alchemico sorretto da un’asservita, interessata cultura, indottrinata ed egemone, che osanna continua apoteosi mediatica, del brutto a tutti i costi, dell’inconcludente, dell’osceno.
Ritengo invece più utile per i disinformati, riportare qui le parole, senza dubbio più autorevolmente convincenti, dell’iniziatore rivoluzionario, per antonomasia, di quella che oggi viene chiamata “arte moderna d’avanguardia” : Pablo Picasso , in alcuni stralci delle sue confessioni, pubblicate dal giornale bulgaro Literaturni Front , del 24 gennaio 1963, che per quanto io sappia, nessun giornale italiano ha mai riportato:

“… molti di noi continuano ad occuparsi d’arte per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la vera arte … Dal momento che l’arte non è più l’alimento per i migliori, il pittore potrà dare un’ espressione del suo talento nei vari tentativi di trovare nuove soluzioni nei vari capricci della fantasia , nei vari raggiri della ciarlataneria intellettuale. Il popolo non chiede più all’arte, né consolazione, né entusiasmi. I più raffinati, gli agiati, i fannulloni, i distillatori della quintessenza, cercano il nuovo, la cosa non comune, l’originale, lo scandaloso. Ed io, dai tempi del cubismo e dopo di esso, accontentavo tutti quei signori ed i critici, con le mie innumerevoli stranezze che mi brulicavano nella mente, ed essi, quanto meno li comprendevano, tanto più li ammiravano … Oggi, come vedete, io sono diventato noto a tutti e molto ricco, ma quando mi trovo solo con me stesso non ho il coraggio di considerarmi pittore, nel grande e antico senso di questa parola. Grandi pittori sono stati Giotto, Michelangelo, Tiziano, Rembrandt, Goya, ed altri ancora. Io sono soltanto un burlone pubblico che ha sentito il proprio tempo” ».

Dalle sue stesse parole si evince il coraggio di Gino Merighi, padre amorevole, uomo onesto, artista che ha dedicato la sua vita a una pittura che “penetra nella dimensione che precede la separazione di figura e spazio, nel magma delle emozioni struggenti, nello spessore di materia nel quale l’esistenza è ambigua, sfuggente nel suo essere in situazione col mondo; quando esistenza e mondo sono ancora un nodo da sciogliere, realtà compatta e di mistero che all’inizio non sappiamo ricondurre alla relazione con i fatti” (Elio Mèrcuri).
In questa prefazione ho soltanto inteso tracciare brevemente la figura del mio amato padre per indurre alla conoscenza delle motivazioni essenziali che hanno indirizzato tutta la sua opera pittorica, e raccontare l’intensa attività e l’impegno di chi ha lavorato costantemente e seriamente, evidenziando quanto spesso la vita e gli eventi più o meno negativi possano influenzare il futuro di un uomo.

Laura Merighi