Le voci del silenzio…

presenze effimere

 

 La vocazione al racconto di Gino Merighì ci consente una conoscenza diramata e avvolgente sul territorio nel quale l’Artista muove il suo colloquio senza cercare rifugio nel passato perché sa che il presente riassume tutto il passato,

L’Artista, però, interviene con sottigliezza elaborativa di varianti, illustrando il suo tempo, attingendo alla verità della poesia, agli umori popolari, alla civiltà onirica.

La sua incalzante ricerca attorno e dentro le ragioni dello spirito, del mito e delle idee descrive percorsi guidati da una coscienza vigile ed emozionata.

Un percorso scandito da dipinti caricati di valenze simboliche ricorrenti e tuttavia monocordi.

Con le immagini, inanellate di molteplici significati allegorici, Merighi trascrive intricatissime iconografie dove l’uomo è protagonista <dimesso>ma spiritualmente determinante per il valore dei significati, sospingendo la materia ad un ruolo di protagonista ed arrivando a configurare soluzioni informali e trasgressive che lo fanno apparire come un viaggiatore della memoria, piuttosto che della storia.

Umberto Eco ama ripetere che “per leggere una poesia o guardare un quadro, non è necessario conoscere la vita provata dell’autore<perché> l’autore che conosciamo è quello che si è manifestato come stile e come visione del mondo. Ed è il caso di Merighi, di un Artista schivo, che non conosce congreghe e camarille e che, perciò, chiede di essere riconosciuto nei volti, nei paesaggi, nella leggiadria d’un puledro, nella tenerezza d’un nudo di donna, negli occhi di sole d’un pescatore, nei veleni d’una strega, nel museo d’ombre cangianti che popolano la sua pittura. Una pittura che fruga, scava, riscatta anche momenti di vita, storie, vicende, rapporti, incontri.

“Scrivere dell’arte, dice Vittorio Sgarbi, significa non interpretare, ma dar parole alle immagini”, ma, per fortuna, noi vediamo ciò che sappiamo.

La qualcosa mi riconcilia con la mia visione, che vede coniugati, nei quadri di Merighi, la ragione col sentimento, le viscere col cervello, l’organico con l’inorganico ed a rintracciare le coordinate che stanno dietro anche ai più evanescenti fenomeni del suo operare in arte.

Sì tratta di percepire il luogo senza il luogo, la materia senza la laterialità, lo spazio senza limitazioni; di credere presente l’oggetto quando ha smesso di essere oggettivo.

Ritrovi un senso di favola lieve, dall’acquorea trasparenza, che una nobile alchimia di colori cesella di immagini disvelate nell’azzurrità di cieli siciliani, nell’incantesimo di storie paladine, nel fremito di colori, colanti, nel segno che percorre le cose non meno che l’aria, come pollini di semi in una ventata di primavera.

Uno svagare attraverso la vita nel suo lasciarsi prendere dal fascino delle cose più impensate che fa dell’artista quasi uno stendhaliano.

Nelle opere di Gino Merighi fa capolino quell’armonia di contrari e di contrasti, quel continuo oscillare tra rigore geometrico e ineffabile stupore che è un po’ il manifesto della sua arte visionaria, una forza che disfa, fa e sfa, imbozzola e sbozzola situazioni riconoscibili nella frequentazione di paesaggi smagati.

Colpisce in questo Artista l’incessante inquietudine, il non accontentarsi dell’esito brillante, piacevole, della sua pennellata liquida, di quella goccia di colore che, più che la macchia, rammenta il colare di cere. Ed è pittura, rappresentazione grafica di un’idea, ideogramma, pittura di gesti irrevocabili che si avvale di accorgimenti orchestrati con avvedutezza; sono figure che si illuminano di luce (ambigua?), invasate da senso panico, da una passione che non rompe gli argini del sentimento.

In queste opere c’è il mondo di un pittore che ama dipingere spostando Io sguardo dal collettivo al personale, che si fa banditore di epiche popolari, che frange e accende il colore e spegne il segno come lampi di felicità che d’improvviso squarciano le nuvole, e in questo sentire metafisico, Merighi compie un’operazione religiosa, che avvolge di mistero, la follia che si fa violenza e trafigge l’umanità inerme.

Ma se davvero volessi cogliere del mistero il senso profondo che prorrompe nelle pause dense di colore e nelle cesure della iconografia , della narrazione, paradossalmente, direi che, nell’opera pittorica di Gino Merighi, mi esaltano,le voci del silenzio che riesco a percepire nel suo racconto figurato. Quel silenzio < creativo > ( i < sovrumani silenzi > che Leopardi contemplava al di là della siepe), quel silenzio diastema ( < intervallo > tra due suoni, due colori…) che diventa efficace strumento semantico , quel silenzio attivo che dà  luogo ad una attesa viva, come il brusco interrompersi, in una sequenza cinematografica, di ogni accompagnamento sonoro.

Allo stesso modo , mi pare di potere attribuire un valore essenziale alle pause < creative > che connotano il ritmo dell’arte di Merighi che, perciò, è un poeta che ricrea architetture di luce e di immagini sonore che hanno come referente il tempo senza fine.

 

<Portofranco >, la prima rivista in Italia d’arte eletteratura,

                  Taranto, n. 11,  gennaio-marzo 1992

                                 – Pino Giacopelli-

 

 

 

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