In un profilo del critico Elio Mercuri

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Ci sono in Italia, artisti che vivono ancora in discreta separazione la loro ricerca: come fuori dal tempo, distaccati dalle occasioni che pure hanno avuto di emergere, nel rifiuto sereno di misurare nelle ventiquattrore del successo, mondano o di mercato, il senso del loro lavoro.

Eppure, se volessimo renderci conto al di là degli schemi e delle beghe, che cos’è la pittura oggi, è a questa esperienza che dovremmo rifarci, a questa produzione intensa e ininterrotta, a questo sogno dell’arte che nessuna veglia e risveglio può interrompere.

A queste riflessioni che sono pure autocritica di un migliore impegno dì ricerca e di conoscenza, mi sentivo spinto dalla «scoperta» della pittura di Gino Merighi, nel suo studio a Palermo, in quell’assalto di quadri, di periodi diversi, vibranti, di una loro verità, di un chiaro e irrinunciabile messaggio.

Merighi, che ha operato anche a Roma e a Torino mantiene ancora legami con una realtà lungo una vita; appartato in una sua consapevole e orgogliosa dignità di artista, maestro, assai più di tanti che lo sono soltanto per l’effimera gloria dei rotocalchi e dell’equivoca critica. È la condizione naturale della sua pittura: assorta a contemplare la vita, la natura, la storia, in quei suo tendere ad assumere un significato, a farsi umanissima esperienza e valore immutabile. Una pittura che penetra nella dimensione che precede la separazione di figura e spazio, nel magma delle emozioni struggenti, nelle spessore di materia nel quale l’esistenza è ambigua, sfuggente nel suo essere in situazione col mondo; quando esi­stenza e mondo sono ancora un nodo da sciogliere, realtà compatta e di mistero, così come noi lo viviamo, nel distacco dell’origine, nel sogno, nell’emergenza di memoria che all’inizio non sappiamo ricondurre a relazione i fatti.

Destino che si concettua in apparizioni di mito, nel dolore di ogni nascere e nella felicità d’ogni vita, e che a noi c’è dato di conoscere per ritorno, eterno ritorno. Mito e natura gli oggetti della propria quotidiana esperienza, le presenze incantate, i presentimenti, gli scatti improvvisi dell’immaginazione, le tensioni indicibili verso la liberazione, la poesia, come riappropriazione nella vita del sogno, il sogno dell’arte. È la pittura come poesia che illumina i colori e trasforma il colore in sinfonia, in atmosfera, in spazio. La dimensione della pittura per Merighi, è tutta in questa, magia di apparizione, in questo ìncarnarsi nel colore delle forme, in questa generazione di immagini, che trasforma e ricrea il caos in cosmo dell’uomo.

Prende corso nella ricerca di Gino Merighi, quest’ansia di attesa , la meraviglia di un dar forma al mondo, perchè gli abissi, della natura e della storia, il mistero della vita intera, divengano realtà percepibile della vita all’uomo.

Il quadro è allora soglia, sulla quale sostare, raccogliere le forze nell’animo e del pensiero, e sentirsi in contatto con il valore, la bellezza; aprirsi come i profeti, alla visione del futuro, cioè dell’ultimo destino.

Non dunque in termini di tendenze e di oscure e pretestuose etichette, ci parla la pittura di Gino Merighi, ma in forza di questa sua Verità, di questa visione possente e prodigiosa che ci rende partecipi dell’incorruttibile presenza della bellezza e del mistero, di questa struggente speranza di ritrovamento, oltre ogni singola esperienza e realtà, nell’assoluta visione dell’essere. E questo non nell’alienazione di un concetto, ma nella bruciante capacità dì vivere ogni attimo che ci è dato, con la saggezza e la sensibilità della sua Sicilia, dove tutto è esistenza e oracolo.

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